Guarire dall'MDD. Io ce l'ho fatta.

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Guarire dall'MDD. Io ce l'ho fatta.

Messaggio Da Lunaxel il Dom Set 30, 2018 6:56 am

Ho letto e sentito dire che i ”pensieri sono forze attive”,  che noi “siamo quello che pensiamo” e “tutto ciò che siete oggi è il risultato dei vostri pensieri". O ancora: “i nostri pensieri e le nostre emozioni creano la nostra vita”. “Il 90% dei tuoi problemi nasce dai tuoi pensieri”. Non ricordo le specifiche parole, ma una cosa che mi ha colpito particolarmente è stata: “ieri è già finito, domani non è ancora arrivato, l'unico tempo in cui vivere è oggi”.
Cosa facevo io dei miei pensieri e cosa facevano loro di me? Le mie fantasticherie, a cosa portavano? C'è stato un periodo, ultimamente, ma ce ne sono stati molti anche in passato, in cui ero così rapita dai miei sogni, da esserne succube. Non vivevo nel presente e non progettavo il mio futuro. Fluttuavo.
Le mie espressioni facciali indicavano distacco o musoneria, perché le mie espressioni riproducevano ciò che stavo immaginando.
Mi sono accorta che gli altri si accorgevano di “qualcosa”, nonostante io credessi di essere impenetrabile, magari mi vedevano accennare un sorriso, o mi vedevano pensierosa o arrabbiata, a seconda delle trame che la mia immaginazione stava costruendo. Così i miei familiari pensavano che fossi arrabbiata con loro, che mi pesasse la famiglia, che non fossi interessata a loro, che mi stessi distaccando, mentre invece io stavo solo viaggiando nei miei sogni a occhi aperti.
Ho incominciato ad avere discussioni  e dissapori con familiari che mi vedevano assente, disinteressata, lontana. Non riuscivo ad essere presente in quello che facevo, perennemente immersa nelle mie “storie”. Anche i miei figli hanno patito le mie “assenze”, ma solo da poco me ne sono resa conto.
Sul lavoro combinavo molti guai per distrazione, fino a temere misure disciplinari.
Ho capito che così non potevo più andare avanti. Era vero, il 90% dei miei problemi li avevo generati io passando il tempo a sognare invece di agire e interagire.
Dovevo fare qualcosa contro il mio continuo fantasticare, ma la mia forza di volontà era troppo debole, o le mie fantasie erano troppo forti, o entrambe le cose. Non ero neanche sicura di volerle veramente abbandonare, perché davvero ero sogno-dipendente. Ero letteralmente soggiogata dai miei pensieri: loro dirigevano me e non viceversa.
Dovevo smettere di boicottare la mia vita, sapevo che questa mia ossessione mi avrebbe portato a guai seri e avrebbe devastato i miei rapporti familiari, ma non volevo liberarmene definitivamente. Ero come una drogata che dice che vuole smettere, ma poi non lo fa.
Alla fine però, mi sono trovata con le spalle al muro: rischiavo lavoro e relazioni. Non poteva continuare, non potevo rischiare di perdere tutto.
Ho fatto un'enorme fatica a dirigere i miei pensieri, a bloccare le mie fantasie, a concentrarmi sulla realtà del momento. A volte riuscivo, più spesso fallivo, comunque andasse a finire era mentalmente molto faticoso.
Ma, come dicevo prima, la forza di volontà non bastava, i miei pensieri non mi ubbidivano, il mio cervello sembrava dotato di vita propria e di una propria volontà.
Pensai di scrivere una storia: mi è sempre piaciuto scrivere, studio il tedesco e sogno ad occhi aperti. Che ideona: avrei scritto le mie fantasie, invece di sognarle ad occhi aperti, le avrei scritte in tedesco, così avrei lasciato liberi i miei pensieri, ma solo in determinati momenti della giornata. E il tempo non sarebbe stato perso, come quando stavo immobile o camminavo in tondo fantasticando, perché avrei allenato la lingua che studio.
Ho elaborato trame precise, ma poi ho scoperto di non avere soddisfazione e di dover sognare di nuovo, perché i miei pensieri erano troppo veloci rispetto alla scrittura, e l’emotività degli accadimenti nella storia si perdeva nella razionalità della scrittura.
Decisi quindi di provare a scrivere una storia autobiografica, in cui il protagonista, un uomo di nome Friedrich, soffre di mdd, ha problemi di gestione dell’ira e dell’ansia, ed è oppresso dal senso di colpa per essere stato un padre assente e fallimentare a causa del suo modo di essere e in ultimo, ma non meno grave, problemi di autostima dovuti alle sue disastrose performance lavorative, dovute sempre a scarsa energia fisica e mentale e tendenza estrema a fantasticherie sterili (purtroppo anche durante l’attività lavorativa).
Ho sviluppato la sua storia partendo da un finto colloquio con una psicologa, ho ideato piani terapeutici, espresso i più profondi pensieri, i dubbi più oscuri, le disperazioni più nere. Ho trascritto vecchie esperienze realmente accadute, sfoghi personali e così via. Ho rivisitato la mia vita, ho rivissuto, rielaborato, riflettuto, capito molte cose.
Friedrich viveva ciò che io non avevo il coraggio di vivere (una terapia, per esempio), ma come scrive Ende ne “La storia infinita”, quando l’imperatrice bambina spiega ad Atreju: “altri vivono e sue avventure così come ora lui sta vivendo la tua. Erano tutti con lui nella libreria...”
Io vivevo la storia di Friedrich, riflettevo con lui, agivo con lui, miglioravo con lui e fallivo con lui.
Ha funzionato. Attraverso questa storia ho capito molte cose. Sono cambiata con lui, sono cresciuta con lui. Ho superato i miei sensi di colpa, ho iniziato a guardare al futuro anziché essere schiacciata e tormentata dal passato, mi sono fatta un’idea migliore e più distaccata del significato e dell’utilità del mio problema e delle esperienza dolorose del passato. Ne ho tratto ispirazione, insegnamenti e una forza nuova.
Certo, ma non bastava.

Cercando materiali audio per studiare il tedesco e concentrarmi su qualcosa di costruttivo che sostituisse il mio bisogno coattivo di sognare sono incappata in un motivatore e life-coach tedesco. All'inizio leggevo i suoi posts motivazionali su facebook, poi ho visto che sul suo canale parlava di relazioni, ansia, obiettivi, dominio del pensiero.
Quale attività migliore che sviluppare la comprensione orale del tedesco utilizzando contenuti positivi e motivanti? All’inizio ho fatto fatica a rinunciare a sognare per utilizzare il tempo per ascoltare il motivatore. Spesso ricadevo nelle vecchie abitudini, ma cercavo il più spesso possibile di ascoltare questi podcasts.
Grazie a lui ho imparato a definire meglio i miei obiettivi e a controllare e dirigere i miei pensieri. Ho sviluppato il lavoro iniziato con Friedrich, ho scoperto nuovi principi e nuovi metodi.
Ho annotato le sue considerazioni migliori, quelle che mi hanno indotto a portare dei cambiamenti seri, che mi hanno dato la forza per farlo. Spesso le rileggo. Ne cito solo alcune:

“L’unico che può tenerti lontano dal tuo scopo sei tu stesso.”

“Nella misura in cui sei in grado di governare i tuoi pensieri e di focalizzare la tua attenzione su ciò che ti da energia svilupperai in te una forza che non sospettavi minimamente di avere a disposizione.”
Lui distingue tra cose e persone che danno energia e cose o persone che chiama “i vampiri dell’energia. Mi sono resa conto call’improvviso che le mie fantasticherie, per quanto piacevoli e allettanti per me, rubavano la mia energia, portandomi alla deriva.

“Ciò che ci ripetiamo ogni giorno è ciò in cui crederemo.” Portava l’esempio dello slogan politico di Obama, “yes, we can” o del bombardamento pubblicitario che alla fine, chi piè chi meno, ci convince a fidarci di più di prodotti noti. Pensai al lavoro del coach, che non è solo di preparatore atletico, ma di motivatore: l’allenatore stimola, sprona, sfida l’atleta, lo esorta in continuazione, gli ripete continuamente formule e slogan che preparano la sua mente a credere nella vittoria e a governare il suo corpo in maniera totale.
“Ciò che ti ripeti sufficientemente spesso e con sufficiente intensità, diventerà la tua realtà”. Lui la chiama “Selbsterfüllende Prophezeiung”, cioè una profezia che si auto-adempie,. Io continuavo a immaginarmi nei miei alter ego come una persona instabile e disadattata, con difficoltà a relazionarsi con gli altri. Era anche vero, ero così, ma io mi crogiolavo in questa consapevolezza, la sviluppavo e la rivivevo ingigantita nelle mie fantasticherie. Mi piacevano le trame complicate con protagonisti tormentati. Non potevo certo aspettarmi una realtà costruttiva e positiva, stavo creando un’auto-profezia devastante.
Il Motivatore consigliava di scegliersi un mantra da ripete il più spesso possibile: poteva essere “yes i can” o qualche altra frase che esprimesse lo stesso concetto. Io l’ho fatto e posso dire che funziona.

Ho iniziato il processo (scrivendo la storia di Friedrich) nel maggio del 2017, ho finito i podcasts del motivatore a giugno di quest’anno, due mesi fa.
All’inizio era ancora difficile non sognare, ma durava pochi minuti, come uno che si accende la sigaretta, la fuma e poi si butta nel presente. Ora non riesco più a sognare neanche volontariamente. Non ho più trame, mi annoio. Potrei trovare nuove trame se mi sedessi al tavolo a scrivere, magari un giorno, quando avrò più tempo, lo farò.
Sono più attiva e precisa nel lavoro, e il fatto di essere “presente” ha eliminato l’ansia e i piccoli fallimenti quotidiani.
Sono presente e impegnata in famiglia. Mi sono lasciata alle spalle un passato che non serve a nessuno e a niente, se non ha costruire un futuro migliore. Sto costruendo relazioni migliori con i miei familiari.
Sono libera, mi sento come una schiava affrancata, una drogata disintossicata…
Ci saranno ricadute? Non lo so, forse sì, spero di no.
Ho rinunciato ad una parte di me stessa come sostenevo l’anno scorso? Non credo, forse era sognando che rinunciavo ad una parte di me stessa. Come dice Silente ad Harry Potter, perso nei suoi sogni davanti allo Specchio magico trovato per caso durante una ricerca notturna nel castello di Hogwarts: “Non serve a niente rifugiarsi nei sogni e dimenticarsi di vivere”

Mi sono improvvisamente accorta che ho 47 anni e avevo dimenticato di vivere. E adesso che ho incominciato a farlo mi sono resa conto di quante cose mi stavo perdendo.
Spero che la mia esperienza possa essere utile a qualcuno.

Buona domenica

Miriam

Lunaxel

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